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Artisti italiani
Simone Salvatore
"...la musica è infinita e non si smette mai di imparare..."
di Giorgio Coppola
1. hai iniziato i tuoi studi musicali approcciando il pianoforte. Chi ti ha spinto verso lo studio, e come e quando sei passato alla chitarra?
Mio padre suona la chitarra per divertimento: quando ero piccolo mi suonava sempre delle bellissime canzoni e ricordo che una sera a cena parlava con mia madre di acquistare una piccola tastiera per me. Qualche tempo dopo mi portò questa tastiera e iniziai a strimpellarla cercando di riprodurre le melodie che conoscevo. Dopo qualche mese iniziai a prendere lezioni da una pianista che viveva nel mio paese, sono andato avanti qualche anno con il repertorio classico, poi a quattordici anni ho messo su i primi gruppetti con gli amici del liceo. Più tardi, verso diciassette/diciott'anni ho preso la chitarra di mio padre e ho cercato di trasferire quello che conoscevo del piano sulle sei corde, da autodidatta: mi piaceva molto il suono della chitarra, mi dava molta gioia suonarla e scoprire cose per me nuovissime. Da lì ho formato vari gruppi rock, blues e funky con i musicisti della mia zona. In seguito ho iniziato ad ascoltare per caso un po' di acid jazz e poi ho scoperto la fusion e il jazz tradizionale. Ho fatto un percorso un po' a ritroso, e alla fine sono arrivato ad amare Chet Baker, Bill Evans, Miles Davis, Bird, Wes Montgomery, Barney Kessel, Joe Pass, Jim Hall, George Benson, Pat Metheny, John Scofield, Jaco Pastorius, Nhop ecc.
2. ti iscrivesti sia al Conservatorio per contrabbasso che per chitarra. Come mai questa scelta?
In quel periodo stavo a Siena per frequentare il Siena Jazz: volevo prendere il famoso "pezzo di carta" e non c'era una cattedra di chitarra al conservatorio. Il contrabbassista con cui suonavo mi consigliò di entrare a contrabbasso: dopo un anno di Billè, archetto e note lughe. aprirono anche il corso di chitarra; ho seguito per un paio d'anni entrambi i corsi, poi mi sono reso conto che quello che studiavo al conservatorio mi toglieva tempo per il jazz e così ho abbandonato la classica. Però questo studio non è stato invano: mi ha lasciato una grossa attenzione per il suono, mi ha aiutato molto nella lettura e nel solfeggio e quando posso mi vado ancora a sentire dei bei concerti classici.
3. tra il 1998 ed il 2002 approfondisci gli studi ai seminari di Siena Jazz. Lì segui i corsi sia di chitarristi come Nannetti che di trombettisti e sassofonisti. Quali differenze hai trovato, e chi ti ha dato di più?
Le differenze sono quelle conosciute a tutti: con i chitarristi sei portato ad approfondire molto gli aspetti tecnici dello strumento, con altri musicisti pensi più alla musica, ma credo che almeno all'inizio sia fondamentale capire come funziona la chitarra che, a mio parere, è uno degli strumenti più ostici nel jazz. I fiati, grazie alle caratteristiche tipiche dei loro strumenti, sono avvantaggiati nelle dinamiche, nella pronuncia, nel senso del respiro della frase: i chitarristi, appena acquisita un po' di padronanza tecnica tendono a suonare troppo, senza far respirare il discorso musicale: allora l'aiuto di un sassofonista o di un trombettista si fa indispensabile. C'è poi da considerare che molti tra i migliori jazzisti hanno suonato strumenti a fiato e i chitarristi hanno preso tanto da loro, mi vengono in mente Joe Pass o Pat Metheny, quindi credo che per questo sia utile ascoltare i fiati. Tra gli insegnanti che mi hanno dato molto posso citare senz'altro Roberto Nannetti e Giulio Stracciati con cui ho studiato più a lungo, ma anche Tomaso Lama e Pietro Condorelli sono stati importanti per me. Con Mariano di Nunzio ho seguito corsi di ear training e teoria molto divertenti.
4.Studi anche con Tamburini, poi con Diorio, ed infine con Dominic Miller. Come le ricordi queste esperienze?
Sono state esperienze molto positive anche se brevi: tre giorni a stretto contatto con Joe Diorio mi hanno fatto cambiare approccio nello studio. Il seminario di Dominic Miller è stato breve ma proficuo: si è svolto in un pomeriggio al Saint Louis di Roma e il chitarrista di Sting ha spiegato molto della sua visione della musica, della vita e di cosa è necessario per suonare bene generi pop contaminati: amo il jazz, ma se la musica è fatta bene mi piace qualsiasi genere.
Con Tamburini è stata una vera fortuna: ero l'unico chitarrista in sala, in mezzo a una marea di trombettisti. Lui ha notato la custodia della chitarra e mi ha invitato sul palco per accompagnarlo negli esempi che proponeva. Alla fine del seminario abbiamo jammato con la ritmica con cui avrebbe suonato la sera e mi sono divertito tantissimo. In quell'occasione ho conosciuto anche diversi musicisti con cui poi mi sono trovato a collaborare in seguito.
5. Con i Magazzèni Chinasky partecipi a vari concorsi, tra cui il Premio Recanati. Di che progetto si trattava?
Un gruppo di musica leggera cantautoriale con canzoni originali: ho scritto le musiche e i testi insieme al cantante; l'esperienza si è conclusa tre anni fa con la finale toscana di Rock Targato Italia. Ci siamo rivisti di recente e sono nate tante canzoni nuove: non vi anticipo niente per scaramanzia, ma ci saranno delle belle novità.
6.Musicalmente, dal 2000 sei impegnato con Ida Landsberg ed il gruppo Singing Blackbird. Che musica suonate e che esperienze importanti avete avuto?
Tutto è nato un po' per caso: Ida Landsberg viene da Berlino, stava studiando lì all'Università della Musica ed era in Italia per frequentare un corso al Siena Jazz: abbiamo messo su un quintetto e abbiamo iniziato a suonare nei locali. Una sera ci hanno proposto un concerto in duo in un club e da lì ci siamo resi conto che, lavorandoci, poteva funzionare: nei primi mesi, per rodarci, abbiamo proposto interi album di Joe Pass e Ella Fitzgerald, subito dopo abbiamo iniziato a "scoprire" brani diversi e a scrivere canzoni nostre. Credo che musicalmente sia la cosa più bella che faccio, abbiamo una grande intesa e Ida è l'esatto opposto dello stereotipo della cantante: conosce benissimo l'armonia, legge a prima vista, improvvisa in maniera fantastica e ha un grande rispetto per i musicisti: vuole sempre che chi l'accompagna sia un solista anche mentre lei canta! E' un lavoro duro ma gratificante, grazie a lei ho potuto approfondire tanti aspetti della chitarra che prima non avevo messo a fuoco con la dovuta attenzione: walkin' bass armonizzato, chord melody e tante altre tecniche, ma soprattutto ho sviluppato l'ascolto. Ad esempio se lei va in basso con la voce mi trovo a suonare note alte e viceversa; insomma, ho imparato ad ascoltare meglio gli altri e a evitare il pilota automatico!
Il duo ha poi un progetto parallelo che è quello del trio "Ida Landsberg - Singing Blackbird" con il bravissimo sassofonista Marco Guidolotti: come con il duo suoniamo in club, teatri e rassegne (Classico Village, Cafè Renault, Teatro Eliseo, Teatro Anfitrione.) e quest'anno abbiamo avuto l'onore di esibirci al Disma Music Show di Rimini per i marchi Ibanez e Selmer. Per questo voglio ringraziare di cuore la Mogar e in special modo Giorgio Paganini: mentre suonavamo c'era una folla incredibile di ragazzi che si sono fermati a sentirci fino alla fine e ci hanno riempito di calore.
7. Collabori con la rivista Axe. Di che ti occupi principalmente e come è nata questa iniziativa?
E' nata per passione: ho letto Axe fin dal primo numero e da quando ho iniziato a collaborare mi occupo di interviste, prove tecniche di strumenti, trascrizioni, report didattici, argomenti tecnici ecc. sempre con un occhio (quando è possibile) al jazz: mi ha dato molta soddisfazione poter parlare del walkin' bass applicato alla chitarra o di come Wes Montgomery usava le ottave, ma mi diverto molto anche a provare i nuovi strumenti o a intervistare i chitarristi, del resto la musica è una passione prima di tutto!
8. Sei anche impegnato nell'insegnamento. Come ritieni
debba essere impostato un buono studio dello strumento?
Credo che sia importante dare a chi inizia una solida base per partire: in seguito bisogna cercare di capire cosa vuole l'allievo e cercare di dargli i mezzi per arrivarci divertendosi. Molti allievi suonano solo come passatempo e non hanno interesse a mettere su gruppi: con loro cerco di affrontare molto il discorso della ritmica, del repertorio, della siglatura degli accordi, della trascrizione a orecchio di riff e brevi assoli, senza forzare troppo la mano su questioni armoniche o sulla lettura: devono essere in grado di diventare piccoli juke box in poco tempo.
Con chi invece vuole affrontare uno studio più approfondito imposto un lavoro più lungo, trattando ovviamente tutti gli aspetti legati alla lettura, all'armonia, alle scale, agli stili, all'improvvisazione, alla trascrizione su carta ecc.
9.che progetti hai per il futuro?
Nell'immediato porterò avanti i progetti di cui faccio parte (tra cui un quintetto con Marco Guidolotti e Mirko Rinaldi) e inizierò a registrare un disco con Ida. In autunno dovrebbe partire una produzione in teatro con un attore appassionato di jazz che mi ha chiamato per arrangiare i brani che accompagneranno il suo spettacolo. Vorrei inoltre continuare a collaborare con musicisti con cui suono solo di rado per via degli impegni diversi e della distanza: con Ferruccio Spinetti abbiamo fatto una serata insieme l'anno scorso e mi sono divertito un sacco, mi piacerebbe suonare di nuovo insieme a lui!
10.tornando indietro nel tempo c'è qualcosa che non rifaresti nei tuoi studi, o qualcosa che hai tralasciato e di cui ti sei pentito?
Anche se non sono diventato neanche lontanamente un pianista, è stato utile aver studiato un po' il piano: oltre all'indubbio vantaggio in fase di arrangiamento, mi capita di registrare per dei musicisti in ambito pop e se servono due accordi di tastiera per sentire al volo come si incastra la parte di chitarra sono in grado di metterli.
La chitarra classica mi ha lasciato. le unghie lunghe e l'attenzione per il suono.
Pentimenti non ne ho, ma credo che non smetterò mai di studiare, perché la musica è infinita e non si smette mai di imparare.
Nella foto è con il gruppo Ida Landsberg trio
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