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Stai leggendo un articolo della sezione Interviste > Artisti stranieri


 
Melissa Stott
da Manchester all'Italia

di Giorgio Coppola
immagine 1. sei stata introdotta alla musica grazie a tuo padre, pianista ed organista. Dunque sin dalla tenera età ti sei avvicinata a questo mondo?

Da quando mi ricordo era quasi un rito dopo cena suonare, cantare in armonia, ballare, ridere e fare spettacolini per mia madre che è l'unica che non suona. C'eravamo io e mia sorella intorno al pianoforte "baby grand" (quarto di coda??), e mio padre che suonava. Quando mia madre ha cambiato casa circa quattro anni fa, mi ha spedito qui in Italia questo pianoforte, e solo allora ho ricominciato a scrivere musica.

2. A sei anni già studiavi piano classico, poi arpa, violoncello, e il diploma in pianoforte. Che ricordi hai di quel periodo a Manchester, tua città natale?

Pochi, perché poi lascai Manchester a 11 anni. Mio padre cambiava in continuazione lavoro e ci spostavamo quà e là ogni tot di anni...

3. nel tuo curriculum leggo che sei compositrice, pianista, attrice e ballerina classica. Un’artista più che completa?

Mah, c'è chi dice che non si può fare tante cose bene, ma forse le tante cose si aiutano a vicenda... Sicuramente per il canto è fondamentale suonare uno strumento, almeno secondo il mio parere. La danza la faccio ancora, e mi diverto tantissimo a fare dei musicals con una piccola compagnia vicino a dove abito. Compositrice...ecco, è molto facile per chiunque chiamarsi compositore, per me un "compositore" è Tchaikovsky o Sibelius o Ellington. Diciamo che scrivo.

4.Nel 1996 ti vediamo in tournee con una Compagnia Teatrale in Svezia e Danimarca. Raccontaci di questa esperienza e che ti ha lasciato.

Mi sono divertita un sacco a vedere posti nuovi (Stoccolma mi è rimasta particolarmente impressa), conoscere un po' gli scandinavi, lavorare con i bambini. Facevamo "Theatre in Education", cioè, nelle scuole portavamo spettacoli in forma di show televisivi che coinvolgevano i ragazzi. Molto era improvvisato e i bambini si sono rivelati le vere star degli spettacoli. Però era duro alzarsi alle 4 di mattina per guidare il furgone 200km ed allestire lo spettacolo. Spesso facevamo 3 spettacoli al giorno. La cosa che più mi è rimasta da quella tournée è un'amicizia profonda con due colleghi; uno è ancora attore/regista, l'altro lavora alla BBC. Alla mia festa di matrimonio sono venuti in Italia, insieme alla mia "famiglia irlandese".

5.Hai vissuto a Singapore, e prima ancora a Londra e poi in Scandinavia. Cosa facevi in quei periodi, e cosa ti ha apportato alla tua crescita artistica questi differenti ambienti?

Quando ho vissuto a Singapore stavo finendo la scuola. E' stato un periodo difficile, sia dal lato accademico che dal lato sociale. Cambiare tutto, anche se l'avevo già fatto tante volte, è stato difficile, anche perché non mi trovavo per niente con i ragazzi inglesi, di famiglia ricca, espatriati, insomma un mondo a parte da me e la mia famiglia. I miei amici erano per la maggior parte persone di sangue misto, come me, giapponesi, svedesi, cinesi, indiani. E con loro ho fatto diversi spettacoli- è stato questo che ha reso la scuola sopportabile. Penso che il contatto con altri artisti e al loro lavoro porta a una crescita artistica maggiore. Nel periodo che ho passato a Londra e anche quando ero all'università, ho avuto l'opportunità di vedere molto teatro sperimentale, molti installations (una specie di mostra interrattiva, con attori, dove il pubblico è spesso protagonista), che sicuramente mi hanno aperto la mente.

6.Infine hai deciso i trasferirti in Italia. Come mai questa decisione?

Ho fatto l'Erasmus (DAMS) nel '93 e mi sono innamorata dell'Italia. La amo tutt'ora, ma ho scoperto anche i lati negativi: la burocrazia, il sistema politico...Ma l'Italia e gli italiani hanno sempre la capacità di sorprendermi. Sento un legame particolarmente forte con il sud.

7.Solo in Italia sembra che tu abbia iniziato a seguire gli ambienti jazzistici. Come ci sei entrata e che ambiente hai trovato?

Lunga storia! E' iniziato tutto in un locale dove si suonava. La seconda volta che ci sono andata per sentire la musica, ho conosciuto il pianista che sarebbe diventato mio marito. Lui mi ha sentito cantare "I Loves You Porgy"(malissimo, sicuramente!) e mi ha incorraggiato a studiare, ascoltare e suonare.

8. il primo disco di jazz della tua vita è stata una registrazione di Ella Fitzgerald con Ellis Larkins al piano. E’ stato in quel momento che la tua carriera di vocalist è iniziata?

No, non saprei dire esattamente quando. Ma mi ha ispirato tanto quel disco, come molti altri.

9.hai studiato molto, tanto per citarne alcuni, Barry Harris, Laverne Jackson, Vince Benedetti. Chi ti ha insegnato di più?

Stjepko Gut, il grande trombettista, senz'altro. Se riuscite a partecipare a un suo seminario, andateci! Ma la scuola più grande per me resta sempre i musicisti con i quali suono. Io vado lì, "come una spugna", come dice mio marito, e studio tutto quello che studiano loro. E quanto c'è da imparare ancora!

10.In Italia hai suonato con numerosi musicisti, e girato tanti festival. Come è stata l’accoglienza che ti hanno riservato?

Sono sempre stata accolta benissimo. Mi sono trovata bene con gli organizzatori, altri musicisti, fonici. E' un piacere avere a che fare con gente che ama veramente la musica.

11.Sei molto legata, forse per il timbro della tua voce, alle sonorità jazz di inizio novecento, e così ti vediamo spesso impegnata nel rifare standard molto conosciuti. Dunque ti trovi a dover confrontarti con altre grandi interpreti che ti hanno preceduto. Come affronti tutto questo?

Ma è un po' lo stesso discorso del confronto con altri vocalist di oggi. Abbiamo la fortuna che nel jazz c'è talmente tanta diversità che c'è posto per tutto. Per dirti, io amo Bille Holiday (mi piace specialmente il timbro che aveva negli ultimi anni della sua vita), ma mi piacciono molto anche Helen Carr, Julie London e Ella Fitzgerald. Sono tutte diverse, benché erano attive negli stessi anni. Ma ogni interprete ha un diverso "background", una storia diversa da raccontare, che lo rende unico. E ogni musicista porta qualcosa di suo agli standards, anche se sono già stati suonati migliaia di volte. Io cerco di seguire semplicemente il mio istinto, sia quando canto, che quando ascolto. Se mi piace un cantante, mi piace, e magari l'unica spiegazione che posso dare è che "mi fa sentire qualcosa dentro".

12. Sei impegnata nella registrazione del tuo primo cd. Raccontaci tutto.

E' un impresa colossale per me. Non è la mia prima volta in studio, ma è la prima volta che registro i miei brani, con un gruppo d'eccezione. Ogni brano racconta qualcosa che è realmente successo, o che ho sognato, e spesso correvo letteralmente al pianoforte, disperata di mettere giù sulla carta quello che avevo in testa, prima che spariva. Da brava inglese, devo dire però che l'idea di far sentire a un pubblico i miei pensieri e sentimenti più personali, tradotti in musica, mi spaventa non poco...;

13.Infine, vivi in un paese italiano in alta montagna, molto lontana dalle tue origini inglesi, in particolare di Manchester. Ti manca quell’ambiente?

No, faccio fatica, quando vado in Inghilterra, ad ambientarmi e ad abituarmi a quel tipo di vita, quel modo di fare, ci credi? Mi sento perfino un po' italiana... E qui in Italia vivo in un piccolo paradiso: io, mio marito, il cane, i gatti, le galline... e il mio pianoforte.


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