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Artisti italiani
Michela Lombardi
"...la musica è un frammento di vissuto da poter riascoltare..."
di Giorgio Coppola
1.Hai iniziato molto presto a cantare. Chi ti ha indirizzato verso la musica, e quali sono state le tue prime esperienze?
Ho una foto di quand’ero bambina, coi capelli rossi, vestita da violetta durante un saggio all’asilo dalle suore, tutta presa a cantare davanti ad un microfono molto rudimentale, il microfono a bottone di un registratore a nastro degli anni ’60 fissato ad un tubo di plastica, pareva il collo di un annaffiatoio! Comunque è davvero un’immagine programmatica e “poeticomica”: un fiorellino di campo annaffiato dalla musica! Questo per dirti che non riesco a ricordare un momento in cui già non nutrissi il sogno di cantare, anche se la mia prima rock’n’roll band risale al 1988. Verso gli otto anni avevo un’adorazione maniacale per Elvis Presley, tanto che mi feci mandare a scuola d’inglese per poter cantare le sue canzoni. Ho passato per anni pomeriggi interi davanti allo stereo, a consumare – dopo Elvis – i vinili di Ella Fitzgerald e Suzanne Vega, Madonna (!!) e Tracy Chapman. E poi, verso la fine degli anni ’80, sono entrata a far parte della mia prima band: al sabato pomeriggio, quando tutte le mie compagne di liceo uscivano per andare a fare le “vasche” lungo la Passeggiata di Viareggio o a ballare nelle discoteche della mia Versilia, io mi rintanavo con i miei compagni di “sogni di rock’n’roll” in una cantina del lucchese, a casa del batterista, a destreggiarmi tra Janis Joplin e Chuck Berry, Led Zeppelin e Eddie Cochran. Chi mi ha sempre incoraggiato in tutto questo è stato mio padre. E che l’incoraggiamento venisse da una persona tanto pacata e razionale mi ha dato una grande fiducia. Non potevano essere soltanto sogni…
2.Non hai mai mollato gli studi: laurea in Filosofia ed un Master in Comunicazione Teatrale. Quando hai deciso che la musica sarebbe stata la tua professione?
…ho discusso la tesina del master pochi mesi fa, continuando a pensare di poter fare due cose insieme, poi una sera a cena durante una rassegna di teatro per le scuole, nella quale lavoravo come stagista, un importante artista mi ha detto che cercava un’organizzatrice: non sono riuscita a dirgli che sarei stata disponibile per quel lavoro, dal momento che da lì a poco sarebbe uscito il mio disco e avrei dovuto occuparmi di quello. Lì ho capito che non potevo continuare a tenere i piedi su due staffe, almeno in un momento come questo in cui ho bisogno di tutto il tempo per lavorare a nuovi progetti e al contempo tornare con umiltà un po’ indietro, imparare i songbook del jazz a memoria (by heart, come si dice in inglese: c’è di mezzo il cuore…) e a studiare armonia (ricominciando da Bach).
3.Dagli studi più classici con Menicucci, a quelli più jazzistici con Tiziana Ghiglioni. Come ti sei avvicinata al jazz?
Mio zio è un grande appassionato di jazz, con mio padre hanno visto dal vivo Duke Ellington e John Coltrane e molti altri “grandi”, per cui in casa giravano vinili tra i quali intercettai, ancora bambina, quelli di Chet Baker (ero innamorata di quel viso bello e malinconico sulla copertina!) e di Ella Fitzgerald e Julie London, l’una così solare ed energica e l’altra languida e sensuale, anche un po’ stylish… Non fui soddisfatta finché non m’imparai tutto il solo di scat di Ella su Lady, Be Good dal vivo a Los Angeles! Quindi ogni tanto alternavo le cantautrici folk-rock alle ballads dei dischi di papà. Nel frattempo ero passata, con le band con cui cantavo dal vivo, dal rock al soul al pop jazzy di Sade, Noa, Rebecka Tornqvist e Diane Schuur, e avevo comperato il primo cd di Tiziana Ghiglioni che cantava Luigi Tenco. Vidi che insegnava a Bologna e mi iscrissi senza pensarci due volte. Così spesso capitava che da Viareggio partissi presto al mattino per andare a Pisa a seguire lezioni di Estetica o Filosofia della Scienza (il mio professore era Marcello Pera!) per poi prendere un treno per Bologna, fare un’ora di lezione con lei e tornare a casa quasi a mezzanotte! La passione per il canto mi ha sempre dato un’energia (ed un’incoscienza…) smisurata.
4.Hai continuato a studiare partecipando a seminari con grandi jazzisti, tra i quali Danilo Rea e Mark Murphy, poi hai partecipato alle Berklee Summer Clinics durante Umbriajazz. Nel frattempo sei stata vocalist di varie band di acid jazz, tra cui i RossoAcido e poi i Plisdebill. Raccontaci queste esperienze legate al funk ed alle tue prime esperienze di registrazione.
Con Rea e Murphy ho partecipato a brevi incontri, ma spesso è proprio quando si ha a disposizione poco tempo che si raccolgono minuziosamente tutti gli stimoli che si può. In seguito ha avuto occasione di incontrarli di nuovo, e di nuovo ci siamo scambiati impressioni e preziosi “tips”. Così, dopo un suo recente concerto in Italia, davanti a un toast e una spremuta, con Mark sono tornata a parlare di didattica e di cantanti. E chissà che l’estate prossima non torni ancora in contatto con lui, visto che tornerà in Italia. Poco tempo fa ho frequentato seminari con la grande Jay Clayton (una bella lezione di stile, sotto ogni aspetto) e Giacomo Gates, cantante di vocalese che mi ha contagiata con questo genere particolare col quale ho iniziato a cimentarmi anche come autrice, con un divertimento che, unito alla mia dimestichezza quasi da madrelingua con l’inglese, sta dando buoni frutti!
Delle Berklee Clinics ho molti bei ricordi, soprattutto legati alle persone che ho conosciuto lì, come il bravissimo chitarrista Walter Beltrami, amico e persona davvero splendida. Ed Emiliano Loconsolo, che abitava vicino a me (a Pisa) e invece siamo andati a conoscerci a Perugia! Lui partì per Boston, e adesso sta facendo cose importanti come Futurities, la suite del compianto Steve Lacy. E poi c’erano Kristian Sensini e Ettore Carucci… e sempre alle Clinics conobbi due amici, Andrea e Michela, ancora adesso per me infinitamente preziosi. Dalle nostre lunghe discussioni, dal confronto su come vedevamo le cose, sono scaturite decisioni importanti per la nostra vita, musicale e non solo.
Per finire di rispondere alla tua domanda, con le diverse bands di musica funky/soul/r’n’b ho iniziato a partecipare ai primi festival, a girare l’Italia, a incidere in studio e sicuramente è stata una buona palestra per sviluppare il senso del ritmo. Ogni tanto, come guest, torno al r’n’b insieme ad una band, gli Organic Groove, che sta per pubblicare un cd, capitanata dall’hammondista Pee Wee Durante.
5.Con il singolo By your side hai raggiunto una certa notorietà. Che effetto ti fece, e perché non hai portato avanti quel percorso musicale?
In realtà… lo sto portando avanti! Con un nome d’arte, più “esportabile”, ma l’ultimo singolo pop è uscito meno di un anno fa e con ogni probabilità tra poco ne seguirà un altro. È un’attività che non mi ha mai impegnato moltissimo in termini di esibizioni dal vivo, dunque ho sempre conciliato bene le due cose. Fa un bell’effetto sentirsi in radio e sapere che la tua voce arriva a tanta gente, anche oltreoceano. Il genere di canzoni che i produttori con cui lavoro scrivono per la mia voce è molto dolce, in stile Moloko o Sophie-Ellis Bexter. E non escludo un’imminente incursione nel genere ambient jazz.
6.Dal 2000 in poi, anno in cui esce un disco di cover in jazz di Baglioni, ti leghi indissolubilmente alla musica afroamericana, ed inizi varie tournee con diversi trii. Cosa ti ricordi di quegli anni?
La dimensione del trio, meglio ancora del duo piano-voce, è quella a me più congeniale. Alcuni dei miei dischi preferiti sono Where Is Love? di Irene Kral e Alan Broadbent, Two For The Road di Carmen McRae e George Shearing, Somewhere Called Home di Norma Winstone con Taylor e Coe… Adoro come Fred Hersch accompagna le cantanti… Sono le formazioni con cui lavoro da circa tre anni a questa parte. Il disco a cui ti riferisci (dal titolo Baglioniana, con guest Emanuele Cisi) non è a mio nome, vi ho partecipato come ospite (duettando su Stelle di Stelle con la parte che fu di Mia Martini) in un ensemble numeroso ed eterogeneo, composto da jazzisti come da musicisti di formazione classica. Ma in quegli anni, dal 2000 al 2002, il mio pensiero principale è stato… ultimare la tesi di laurea! Mi è costata sangue sudore e lacrime (e tanto tempo rubato alla musica), anche se alla fine mi è valsa la lode. E quegli anni, dal punto di vista del live, mi hanno vista impegnata soprattutto in duo con chitarra acustica ancora legata ad un repertorio tra il jazz e il pop in stile Tuck e Patti, per intenderci.
7.Nel tuo curriculum vedo che hai prestato anche la tua voce per la pubblicità. Come è nata questa possibilità?
È un’opportunità che mi è stata offerta da un caro amico, un produttore che ha lavorato con gente del calibro di Bill Laswell! Il jingle in questione è un frammento in stile hip-hop per una nota bevanda estiva, gli serviva una voce soulful.
8.Quando nasce il tuo “quintet”?
Dopo la laurea, nell’estate 2002, sono stata assorbita da un’intensissima attività dal vivo con un quintetto (City Garden 5tet) dotato di un’ottima ritmica r’n’b, con un impatto vicino alla Rachelle Ferrell di Individuality. Ampi spazi improvvisativi e numerosi spunti spesso immortalati su minidisc dal pianista Piero Frassi mi convinsero a cominciare a meditare seriamente di registrare un disco di standards a mio nome. Pensando ad una ritmica più prettamente jazz (conoscevo Riccardo Jenna e Nino Pellegrini da un decennio, e in particolare a quest’ultimo mi legano un’amicizia ed un’intesa musicale solidissime!) e ad un chitarrista dal blues feeling cauto ma eloquente come quello di Luca Giovacchini, io e Piero abbiamo arrangiato i brani di Irene Kral che per mesi avevo cercato e scelto, e nel giugno del 2003 – fissai le date della sessione prendendo il coraggio dopo una jazz night livornese di inizio primavera accolta con grande calore da un pubblico di appassionati – eravamo in studio a registrare.
9.Nel 2004 quindi esce a nome di Michela Lombardi Quintet Small day tomorrow, per la Philology, interamente dedicato a Irene Kral. Intanto a quali cantanti storiche ti senti più legata, e comunque ti hanno più influenzata?
Irene Kral, ovviamente. E poi Jackie Allen (alla quale Federighi mi ha avvicinata, nella sua recensione su “Musica Jazz”… in effetti le affinità sono moltissime), Karrin Allyson e Tierney Sutton, per parlare della nouvelle vague d’oltreoceano che sento in questo momento più vicina al mio modo di intendere non solo il canto jazz (per quello in senso stretto mi rivolgo molto anche al passato, alle cantanti “storiche” appunto) bensì anche una certa leadership nel dare un’impronta ben riconoscibile nella scelta del repertorio e degli arrangiamenti, scelta che scaturisce direttamente dalla loro sensibilità musicale aperta a molte contaminazioni. Ma i nomi che potrei fare non riguardano solo donne né solo jazziste, ed è una lunga lunga lista: Dinah Washington, Jimmy Scott, Billie Holiday, Elis Regina, Tori Amos, Joni Mitchell, Jeff Buckley, India.Arie, Cassandra Wilson, Aretha Franklin, Donny Hathaway, Carmen McRae, Norma Winstone, Abbey Lincoln, Kate Bush, Erykah Badu, Janis Joplin, Kurt Elling, Bonnie Raitt, Mary Margaret O’Hara, Peggy Lee, Mel Tormé…
10.Parlaci del progetto legato al disco, in particolare cosa ti ha spinto a dedicare un cd alla Kral, una grande cantante ma poco conosciuta?
Sai che la piccola Emma, 5 anni, figlia del mio contrabbassista, conosce a memoria It Isn’t So Good (sa fare anche lo scat sul solo di sax!) perché per mesi ha costretto Nino a fargliela ascoltare alternando le versioni, come dice lei, «di Michela e di quella signora»? Ecco, il fatto che chiami Irene Kral “quella signora” mi sembra bellissimo. Irene cantava come un angelo, con una classe immensa, capace di grazia e di ironia, leggerezza e persistenza, luminosità e chiaroscuri inafferrabili. Sempre intensamente dentro ogni parola. Purtroppo è diventata davvero un angelo troppo presto, a causa di un male incurabile. In un certo senso ho voluto fare per lei ciò che Walter Veltroni ha fatto per Luca Flores: disegnare per loro un altro epilogo, un nuovo inizio, mettendo altre persone sulle tracce del tesoro che hanno lasciato.
Ripensando però all’avventatezza con cui ci siamo precipitati in studio, è stato un gesto ardito che un pochino andava contro l’idea che ho sempre avuto (e continuo ad avere) riguardo alla preparazione di una registrazione (il mio primo disco, Gently Hard, un pop jazzy e melodico con richiami alle sonorità di Natalie Merchant, Noa e Carole King, ebbe una gestazione assai lunga, dal 1996 al 1999). Tuttavia in quel momento non potevo fare altrimenti, e comunque alla fine delle sessioni di giugno ne è uscita la fotografia onesta di un momento un po’ difficile della mia vita (anche artistica), un momento di transizione. Quell’understatement forzato, indotto dalle circostanze, si è rivelato quantomai felice, evocativo. E anche se adesso, potendo tornare indietro, cambierei alcune cose, magari direi a me stessa di rischiare di più, giocare di più, togliere una That’s All che oltretutto non era nel repertorio di Irene Kral e piuttosto inserire altri brani che aveva inciso come Experiment di Porter, Sometimes I’m Happy , o It’s A Wonderful World o ancora l’ironica It’s Nice Weather For Ducks e pensare di più al piacere dello swing che non al dolore di un abbandono, che in fondo è pur sempre un dolore leggero… Anche se, dicevo, ora ho capito queste cose, non ha senso arrovellarsi, meglio guardare avanti, studiare e progettare. E a proposito degli ultimi titoli… li ho inseriti nella scaletta del live, e li canto con gioia e un po’ più di saggezza!
11.Il disco è stato ben accolto dalla critica, ed hai portato molto in giro il tuo progetto musicale. Adesso sei impegnata con svariate altre idee. Partiamo dal tuo quintetto. Ways to blue è il prossimo passo, di che progetto si tratta?
È un progetto ancora non terminato, ha debuttato in una rassegna (Serravallejazz) nella quale dovevamo suonare un set ridotto, e comprende classici del blues suonati da jazzisti e viceversa standards molto bluesy, come in molte incisioni di Bessie Smith, Dinah Washington, Lena Horne, Julie London o Maxine Sullivan. È stato interessante andare a ricercare certe incisioni: per esempio ho trovato la versione di Hesitation Blues cantata da Lena Horne in cui il testo originale era stato sostituito da un altro meno sanguigno, assai più leggero (quasi comico!) in cui l’esitazione in questione, di chi canta le lyrics, era dovuta al fatto che una tempesta aveva tirato giù i cavi telefonici e dunque la cantante non si rivolge più direttamente all’amato bensì alla centralinista, alla quale è rivolta la fatidica domanda (quella, sì, presente nella versione originale) “tell me how long will I have to wait?…”!
12.Stai preparando un cd di inediti: testi tuoi e musiche di Nico Gori e Piero Frassi. Come è nata questa collaborazione?
Come ti ho detto, uno dei miei dischi preferiti di sempre è Somewhere Called Home di Norma Winstone, e dunque il trio voce-piano-clarino/sax ce l’avevo in testa da un bel po’. Ho conosciuto Nico in una situazione suggestiva: in marzo, io, lui, Francesco Cafiso e suo padre ci siamo ritrovati davanti a un pub dov’era terminata una jam session, per una strada di Camerino, a testa in su ad ascoltare le meravigliose note di sax che arrivavano da un altoparlante. Appena uscita dal pub, mi avvicino al gruppetto chiedendo chi fosse a suonare così. «È Francesco», mi fa Nico, «…pensa: è il Francesco di ben due anni fa!». Ci presentiamo e quando gli dico il mio nome ribatte scherzosamente impettito: «Ah, sei tu? E perché non mi hai chiamato a suonare nel tuo disco?». Lì per lì rimango un po’ stranita, non capisco, poi mi spiega che dal mio chitarrista gli era giunta la voce che quando il disco era ancora un’idea da definire venne fuori anche il suo nome tra i possibili solisti… soltanto che io non lo conoscevo di persona e comunque alla fine decisi di limitare i soli presenti ai due già decisi (con Bertelli all’armonica e Riccucci al baritono). «Non c’è problema, rimediamo subito: allora ci suoni nel prossimo?», replico io. Da quella sera abbiamo assistito al nascere e all’evolversi di una bella amicizia, soprattutto, nonché di un progetto di inediti con musiche scritte da lui, da Frassi e da un chitarrista argentino letteralmente soave che scrive melodie splendide, Carlos Adrian Fioramonti. C’è anche una bella ballad composta da Giovanni Ceccarelli per un suo disco di qualche anno fa. Io ho scritto tutti i testi in inglese e ci auguriamo di far debuttare il progetto quanto prima e, appena lo riterremo opportuno, di andare in studio per registrare.
13.Altro progetto è il quartetto Agromistica, con Giulio Stracciati, Ettore Bonafè e Francesco Ponticelli. Anche qui alla base ci sono inediti. Di che si tratta?
Sono per lo più brani che Giulio ha inciso in dischi passati, e ai quali ho aggiunto testi in italiano. È la prima volta che scrivo nella mia madrelingua! Ma le sonorità mediterranee ricreate dal gruppo e le melodie di Giulio evocavano quei suoni. Recentemente (venerdì 5 novembre) sono stata a “Brasil”, la trasmissione su RadioRai 1, in duo con Giulio. Abbiamo suonato due classici (Caminhos Cruzados e O Pato) e due dei nostri inediti: uno di questi, dal titolo Dolcificato, l’ho scritto a quattro mani con Ferruccio Spinetti, il contrabbassista degli Avion Travel.
14.E’ un periodo di grosso fervore artistico sia in Italia che all’estero. Come vedi oggi il mercato nazionale ed internazionale?
Uh… non saprei generalizzare. Nel pop non vedo gran fervore! Le poche realtà interessanti devono sempre ricorrere al coraggio delle indipendenti. Ma tu ti riferisci al jazz? Beh in quello, dato che qualcuno ha deciso che tornasse in voga, ci sono più opportunità che in passato. Ma il mercato discografico è ormai in una situazione irreversibile, dopo la diffusione di Internet. Il caso mio e di molti colleghi musicisti è però diverso. Le vendite di un disco jazz o jazz-oriented prodotto sulla falsariga del mio sono sempre comunque esigue, anche nel caso di musicisti assai noti. Contrariamente a quanto avviene nel pop, dove si fanno concerti per promuovere i dischi, qui… ci produciamo i dischi per poter suonare dal vivo. È lì la gioia, la crescita, lo scambio, e sono cose che appagano, anche se il guadagno magari è modesto.
15.Stai vivendo un bel periodo nella tua carriera, e stai portando avanti progetti che forse meditavi da tempo. Cosa ti aspetti che la musica possa regalarti domani?
…la salute (beh quella non la dà la musica, ma aiuta!), e la possibilità di continuare a portare avanti questi progetti. Di inciderli, magari. Perchè sono frammenti di vissuto che vorrei poter riascoltare, dopo averli scolpiti e levigati. Ma vorrei altresì essere sempre capace di accorgermi che potevo e dovevo far meglio, e di nuovo ricominciare.
16.Infine, una domanda che rivolgo spesso: quanto è dura la vita di una musicista di jazz nell’Italia di oggi?
Hai detto una musicista, non un. E hai detto bene: una donna che fa la scelta di dedicare la propria vita a questa passione fa tante rinunce (in campo familiare) in più, rispetto ad un uomo. Questo, secondo me, è l’aspetto più duro. Per il resto (come imparare a gestire molti aspetti extra-artistici, organizzativi, ad esempio, visto che i manager si occupano di solito di chi è già molto famoso) è tutto affrontabile con più facilità. Non ci lamentiamo. Come disse Einstein: chi ha molto da fare non ha tempo per le lacrime!
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